Comunità di pratica e pratiche riflessive

La comunità di pratica è l’effetto visibile di reciproci avvicinamenti di soggetti diversi che ragionano su esperienze legate ad un tema collettivamente identificato e professionalmente sensato. Nella parola “comunità”, che mi fa venire in mente quei dieci ragazzi che fuggirono da una Firenze devastata dalla peste per ritirarsi a novellare protetti da mura sicure, è compreso anche il termine accomunare, che apprezzo molto di più, l’idea cioè di persone accomunate dall’interesse di dare più valore alla propria attività lavorativa mettendo in comune conoscenze, visioni o progetti senza confini solidi, senza la necessità di autoescludersi ma inserendosi nel contesto di riferimento (dalle piccole imprese alle grandi organizzazioni) con l’intento di favorire azioni migliorative.

Il senso della comunità di pratica è quello di generare riflessione sulle pratiche lavorative per ricercare soluzioni nuove a problemi comuni. E, ipotizzo, di sostenere il passaggio dalla riflessione obbligata alla riflessione qualificante.

La riflessione obbligata nasce in condizioni di mancanza. È obbligata perché nessuno può sfuggire ad essa, neanche nel sonno. Ho perso il lavoro e penso alle possibili cause e alle possibilità che avrei potuto sfruttare. Non sono stato scelto per partecipare ad un progetto a cui tenevo e rifletto sui vari perché. Ho perso un amico e penso a cosa avrei potuto dirgli.
La riflessione obbligata, nella vita personale e in quella professionale concede spazi di intervento e d’azione molto limitati. Siamo nel regno dell’ormai. Nella mia attività di formatrice vedo troppe riflessioni obbligate. Il rischio di questo tipo di attività riflessiva è la plausibile possibilità che trascenda in lamentele, recriminazioni, a volte anche ossessioni. È chiaro che la riflessione obbligata non si può eliminare perché nessuno di noi ha la piena capacità di controllare o prevedere gli eventi ed ha in ogni caso un valore fondamentale per la nostra crescita personale, ma la “riflessione qualificante” (ovvero riflessione che rende significativa una scelta o un’azione), che può svilupparsi autonomamente ma anche grazie agli intrecci di relazioni e comunicazioni innescati dalla comunità di pratica, permette di circoscrivere le occasioni di insorgenza di quella obbligata.

La riflessione qualificante è riflessione sul passato e sul presente per agire sul futuro. Non deriva, quasi in automatico, da una mancanza o da una perdita. Avviene quando qualcosa c’è. In corso d’opera. Quando partecipo ad un progetto. Quando c’è qualcosa da cambiare. Quando ho bisogno della collaborazione dei colleghi. Quando discuto col mio capo. È sia retrospettiva che proattiva. Serve a scegliere continuamente ciò che c’è, ciò che ho e ciò che farò.
E questa scelta continua, che è consapevolezza quotidiana e critica del quotidiano, incide fortemente sulla motivazione. Uso il termine qualificante perché, secondo me, ogni attività professionale, ogni lavoro, a partire da quelli che hanno una minor visibilità sociale, si qualifica e acquista significato nel momento in cui il lavoratore apprende a riflettere su ciò che fa.

L’impegno della comunità di pratica lo vedo in questi termini, serve a chiarire il senso del nostro fare lavorativo, autorealizzativo, carrieristico o strumentale che sia, aiutandoci a lavorare meglio.

Valentina Vinotti

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