Responsabili o colpevoli?

Lavorando all’interno di una struttura ci si trova spesso, e sempre di più andando avanti con l’età, nelle condizioni di assumersi la responsabilità nella conduzione di un lavoro, di dover operare scelte e prendere decisioni.
All’inizio della carriera, ogni decisione da prendere costituisce un dilemma. Sarà giusto così o è meglio nell’altro modo? Cosa si aspetta da me l’azienda per cui lavoro? Quale decisione prenderebbe il mio capo al mio posto?
E’ insomma una gran fatica, dal basso della poca esperienza, prendere decisioni parlando in vece di altri, farsi carico di rappresentare l’anima dell’azienda e dover sempre mediare tra il proprio istinto, l’esperienza e ciò che i capi perseguono.

Poi, crescendo ancora, si impara a decidere e a fare di necessità virtù, come si dice. E si impara a decidere bene, per il verso giusto, un po’ per una effettiva maturazione professionale ed un po’ per l’affinata capacità di farsi interprete dei sentimenti professionali dei diretti superiori di riferimento. A volte si arriva a prendere decisioni senza nemmeno consultarsi direttamente con il capo.

Questo processo di crescita avviene anche in ragione di una progressiva estensione dei momenti di delega. Mano a mano che si matura, si è oggetto di una crescente responsabilizzazione, che tuttavia, all’interno di una struttura organizzata, non è mai totale e incondizionata: alcuni segmenti dell’attività professionale vengono spesso trattenuti nelle mani di chi guida e governa la struttura stessa.
Il risultato è che spesso il processo di delega è parziale e discontinuo. Può capitare vi sia una piena responsabilizzazione rispetto ai risultati, ma una limitata e intermittente delega e comunicazione rispetto alle decisioni importanti, ai momenti strategici di orientamento, ai tempi ed ai modi. Le ragioni sono molteplici e hanno tutte la loro validità: considerazioni sul valore strategico della specifica commessa o del committente, mantenimento di un certo orientamento culturale e disciplinare connotativi della struttura, ecc. Però, tale condizione mantiene ed alimenta una sostanziale e continua dualità dei referenti professionali di ciascuno: il committente da un lato e il diretto superiore (in qualche caso anche più di uno) dall’altro.

La responsabilizzazione avviene cioè in senso orizzontale per tutte le componenti del lavoro, ma lasciando un grado di autonomia differenziato, non omogeneo e spesso limitato soprattutto nei confronti dei momenti maggiormente rilevanti ai fini della buona conduzione del lavoro stesso, quelli dell’effettivo governo dei contenuti e delle modalità operative. Ci si trova così a dover farsi carico dell’intera responsabilità della guida senza avere il pieno controllo di tutti gli strumenti: si è dunque sufficientemente responsabili da poter essere ritenuti “colpevoli” in caso di errore, ma non abbastanza responsabili da poter prendere decisioni pienamente consapevoli, rendendo più difficile raggiungere l’obiettivo richiesto.

Il professionista, sia dipendente di un’azienda sia consulente, può dunque trovarsi in una strana via di mezzo tra una condizione di delega parziale e settoriale di responsabilità, tipica del lavoro subordinato, e la reale dimensione di piena responsabilità personale a tutto tondo, che caratterizza normalmente il lavoro professionale autonomo.

Articolazione delle responsabilità, Articolazione del soggetto e Emozioni del gioco e della sfida sono categorie che in ambito professionale possono avere grande interesse: si tratta di dimensioni che possono svilupparsi con pienezza solo entro un ambito in cui la delega della responsabilità sia piena e globale, sia pure nei limiti del ruolo, dell’esperienza e del grado di integrazione con il tutto. Non si parla qui di una delega “in bianco”. Il “nero”, lo scritto, l’accordo sulla delega di responsabilità viene prima, a monte. E’ l’atto stesso del delegare che sancisce silenziosamente il rispetto reciproco di un patto profondo: l’essere dalla stessa parte, l’essere “la stessa parte”, volendo precisare meglio.

Chi è delegato della responsabilità da parte di chi detiene il potere, ne diviene parte. Più ampio è il potere delegato, più è ampia l’identificazione con chi lo rappresenta.

Non credo sia la mancanza di esperienza o di capacità di assumersi responsabilità da parte dei singoli a condizionare la mancata o insufficiente articolazione della responsabilità nell’ambito di un gruppo durante una battaglia ed a “lasciare solo” il capo. Così come ho dubbi sul fatto che siano mancanze individuali a rendere carente la capacità di presentarsi all’esterno ciascuno come parte costituente, ma autonoma, di un soggetto articolato. Penso anche, infine, che “l’emozione del gioco e della sfida” può nascere, crescere e svilupparsi pienamente solo quando ciascuno di noi vive come propria la sfida del gruppo. E ancora una volta, ne è parte.
La delega piena e completa è quella che noi tutti riconosciamo quotidianamente al nostro cuore, che lasciamo lavorare senza interferire in alcun modo, certi e fiduciosi che ci porterà sani e salvi là dove stiamo andando, volendogli bene.

Martino Pirella

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